Il desiderio di perdonarsi dopo un aborto nasce spesso da un conflitto doloroso: una parte di te sa perché ha preso quella decisione, mentre un’altra continua a provare colpa, tristezza o vergogna. In questo articolo propongo un percorso concreto per comprendere queste emozioni, distinguere la responsabilità dal giudizio verso se stesse e capire quando può essere utile un aiuto psicologico.
La guarigione comincia quando smetti di punirti
- Le emozioni possono coesistere: sollievo, dolore, rabbia e rimpianto non si escludono a vicenda.
- Il senso di colpa non è sempre responsabilità: spesso nasce da pressioni esterne, stigma o mancanza di sostegno.
- Perdonarsi è un processo: richiede tempo, parole più gentili e uno spazio sicuro per elaborare ciò che è accaduto.
- Il supporto psicologico aiuta: soprattutto quando il dolore interferisce con sonno, relazioni e vita quotidiana.
- In caso di pensieri autolesivi, occorre chiedere subito aiuto chiamando il 112 o recandosi al pronto soccorso.

Capire da dove arriva il senso di colpa
Dopo un’interruzione di gravidanza non esiste una reazione emotiva corretta. Alcune persone provano soprattutto sollievo, altre tristezza, altre ancora attraversano emozioni molto diverse nella stessa giornata. Sentirsi sollevate non significa essere insensibili, così come stare male non dimostra automaticamente che la scelta sia stata sbagliata.
Il senso di colpa può nascere dal contrasto tra la decisione presa e l’immagine che avevi di te stessa. Può essere alimentato dalla religione, dalla famiglia, dal giudizio sociale, da un partner poco presente o dalla sensazione di non avere avuto vere alternative. Se la scelta è stata influenzata da minacce, ricatti o violenza, parlare di “colpa personale” è ancora meno corretto.| Emozione | Pensiero frequente | Risposta utile |
|---|---|---|
| Colpa | “Ho fatto qualcosa di imperdonabile” | Ricostruire le circostanze reali e distinguere un atto da tutto il proprio valore personale. |
| Vergogna | “Sono una persona cattiva” | Ricordare che un’esperienza difficile non definisce la propria identità. |
| Lutto | “Ho perso una possibilità della mia vita” | Concedersi uno spazio per salutare ciò che si immaginava, senza obbligarsi a dimenticare. |
| Rabbia | “Sono stata lasciata sola” | Riconoscere i bisogni non ascoltati e cercare oggi una rete più protettiva. |
Io trovo particolarmente importante non confondere il dolore con il rimorso. A volte si soffre per il modo in cui si è vissuta la situazione, per la solitudine o per ciò che è mancato, non necessariamente perché si desiderava prendere una decisione diversa.
Il perdono di sé non cancella ciò che è successo
Perdonarsi non significa dichiarare che tutto è stato semplice, né obbligarsi a pensare che sia andato tutto bene. Significa smettere di usare l’evento come prova permanente della propria indegnità. Puoi riconoscere la complessità della scelta senza condannare l’intera persona che sei.
Un passaggio concreto consiste nel sostituire la domanda “Come ho potuto farlo?” con domande più oneste: “Che cosa stavo vivendo in quel momento?”, “Quali alternative percepivo?”, “Chi mi ha sostenuta e chi mi ha lasciata sola?”. Questo non serve a costruire una giustificazione artificiale, ma a restituire alla tua storia il contesto che il senso di colpa tende a cancellare.
La compassione verso se stesse non è indulgenza. In psicologia indica la capacità di riconoscere la propria sofferenza e rispondervi con comprensione, come faresti con una persona cara. Essere gentile con te stessa non cambia il passato, ma cambia il modo in cui quel passato continua a ferirti.
Un percorso pratico per fare pace con la propria storia
Dai un nome a ciò che provi
Per alcuni giorni puoi annotare, senza correggerti, le emozioni che emergono. Scrivere “senso di colpa” è diverso da scrivere “paura del giudizio di mia madre” o “dolore perché avrei voluto sentirmi sostenuta”. Più il sentimento diventa preciso, meno tende a trasformarsi in una condanna indistinta.
Ricostruisci la situazione con onestà
Prova a descrivere la tua vita nel momento della decisione. Considera salute, condizioni economiche, relazione, età, lavoro, altri figli, pressioni familiari e possibilità concrete di ricevere aiuto. Giudicare una scelta passata usando soltanto le risorse che hai oggi porta quasi sempre a una conclusione ingiusta.
Scrivi una lettera alla te stessa di allora
Non deve essere una lettera perfetta e non devi mostrarla a nessuno. Puoi iniziare con una frase semplice come “So che stavi cercando di affrontare una situazione difficile”. Poi aggiungi ciò che avresti avuto bisogno di sentirti dire, per esempio che meritavi informazioni chiare, rispetto e sostegno.
Se il linguaggio religioso o simbolico ti appartiene, può aiutare anche un piccolo rito privato. Una candela, una passeggiata in un luogo significativo o una pagina dedicata a ciò che hai perso possono dare una forma al lutto. Il rito non deve servire a punirti, ma a riconoscere l’esperienza e permetterti di andare avanti con maggiore continuità.
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Impara a gestire i momenti che riattivano il dolore
Anniversari, gravidanze altrui, bambini della stessa età che avrebbe avuto il tuo o conversazioni familiari possono riaccendere emozioni intense. Preparare in anticipo una risposta può essere utile: “Oggi questo tema mi mette in difficoltà, preferisco non parlarne”. Anche respirare lentamente per un minuto e riportare l’attenzione ai piedi appoggiati a terra è una semplice pratica di mindfulness.
Parlare con qualcuno senza sentirsi giudicate
Il silenzio può sembrare una protezione, soprattutto quando temi commenti morali o domande invadenti. Tuttavia, portare tutto da sole tende a rendere il senso di colpa più assoluto. Scegli una persona capace di ascoltare senza trasformare il tuo racconto in un dibattito sull’aborto.
Se il dolore resta intenso, puoi rivolgerti a una psicologa o a uno psicoterapeuta con esperienza in salute riproduttiva, lutto, trauma o violenza. La terapia cognitivo-comportamentale può aiutare a lavorare sui pensieri di autosvalutazione; un percorso centrato sul trauma può essere indicato quando ci sono ricordi intrusivi, paura, dissociazione o una sensazione persistente di minaccia. Non è necessario aspettare di stare malissimo per chiedere un colloquio.
In Italia, il consultorio familiare può offrire orientamento e, in base ai servizi disponibili nella propria regione, colloqui psicologici o invio a professionisti. Le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità includono la possibilità di offrire supporto psicologico quando è appropriato. Il Ministero della Salute ricorda inoltre il ruolo dei consultori nel percorso di interruzione volontaria di gravidanza.
Non tutte hanno bisogno di una terapia lunga. A volte bastano alcuni incontri per mettere ordine nella storia, capire da dove arriva la vergogna e trovare parole meno punitive. La scelta del professionista conta molto: se ti senti giudicata, spinta verso una spiegazione prestabilita o invitata a provare un’emozione “giusta”, hai il diritto di cambiare interlocutore.
Quando il dolore richiede un aiuto più urgente
Chiedi un supporto professionale se per diverse settimane non riesci a dormire, mangiare, lavorare o prenderti cura di te, oppure se eviti sistematicamente persone e luoghi che prima facevano parte della tua vita. Anche gli attacchi di panico, l’uso crescente di alcol o farmaci e i ricordi intrusivi meritano attenzione.
Il segnale più importante riguarda i pensieri di morte o di autolesionismo. Se temi di poter fare del male a te stessa, non restare sola e non aspettare che passi: chiama il 112, vai al pronto soccorso oppure chiedi a una persona fidata di accompagnarti. L’emergenza psicologica ha la stessa dignità di qualsiasi altra emergenza sanitaria.
Se l’interruzione è stata recente, ricorda anche di seguire le indicazioni ricevute dalla struttura sanitaria per il controllo fisico. Un disagio emotivo può sommarsi alla stanchezza e ai cambiamenti corporei, ma non tutto deve essere affrontato come se fosse soltanto “nella tua testa”.
La pace può includere ancora un po’ di tristezza
Non devi arrivare a dimenticare, né devi raccontare l’esperienza nello stesso modo per sempre. Il traguardo realistico è poter pensare a ciò che è accaduto senza che ogni ricordo si trasformi in un attacco contro te stessa.
Puoi tenere insieme frasi apparentemente opposte: “È stata una decisione difficile” e “Ho fatto la scelta che allora riuscivo a fare”. Il perdono di sé nasce spesso da questa verità doppia, non da una risposta semplice.
Concediti tempo, scegli relazioni sicure e cerca aiuto quando il peso diventa troppo grande. Meriti di continuare a vivere, amare e progettare il futuro senza dover pagare per sempre con la tua serenità.